mirto di sardegna

Il Mirto Sardo: la Pianta, il Liquore e la Macchia che Circonda le Nostre Vigne

L’odore della Sardegna

Chi è stato in Sardegna lo sa: c’è un profumo che accompagna ogni passeggiata tra le colline, ogni mattina in vigna, ogni sentiero che sale verso l’interno. È il profumo del mirto — intenso, balsamico, resinoso, inconfondibile.

Myrtus communis. In sardo murta, mulsta, murtizzu a seconda della zona. Una pianta sempreverde della macchia mediterranea che in Sardegna ha trovato il suo habitat ideale — e che è diventata, nel tempo, uno dei simboli più potenti dell’isola.

Attorno ai nostri vigneti di Villasimius, il mirto cresce spontaneo tra il corbezzolo, il cisto e l’asfodelo. Non lo piantiamo noi: c’era già. E ogni anno, tra maggio e luglio, si copre di piccoli fiori bianchi profumati. Poi, con l’autunno, arrivano le bacche — prima verdi, poi blu-violacee, poi quasi nere a piena maturazione.

La pianta: chi è il mirto

Il mirto è un arbusto sempreverde, tipicamente alto tra 1 e 3 metri, raramente fino a 5 in esemplari molto vecchi. Ha foglie coriacee, lucide, lanceolate — ricche di ghiandole oleifere che sprigionano quell’aroma intenso e balsamico se sfiorate o stropicciate.

I fiori, bianchi e profumati, sbocciano tra maggio e luglio. Le bacche raggiungono il picco qualitativo tra novembre e gennaio: dimensioni di 7-10 mm, forma ovoidale, polpa ricca di composti fenolici, antociani e oli essenziali dominati da α-pinene, 1,8-cineolo e mirtolo, che conferiscono le note aromatiche caratteristiche.

Il mirto è autoctono e spontaneo in Sardegna e Corsica. In altre aree mediterranee è principalmente una pianta introdotta. Si adatta a terreni poveri e siccitosi, predilige suoli acidi o neutri — esattamente le condizioni dei nostri suoli granitici di Villasimius. Non è un caso che qui il mirto sia ovunque.

Una storia lunga quanto la Sardegna

Il nome deriva dal greco myron — “essenza profumata”. Nella mitologia greca il mirto era una pianta sacra ad Afrodite; il poeta Ovidio racconta che la dea si nascose dietro un cespuglio di mirto uscendo dal mare.

In Sardegna il mirto aveva già un posto nella vita quotidiana molto prima che diventasse un liquore. Lo usavano come spezia per le carni — selvaggina, porceddu — e come pianta medicinale per i suoi effetti balsamici e digestivi. La produzione del liquore è nata nella tradizione popolare e si tramandava oralmente, senza ricette scritte, ad uso familiare.

La leggenda più bella racconta che il mirto fu portato in Corsica dai banditi galluresi che, fuggendo dall’isola madre, non riuscirono a rinunciarvi. Un liquore così identitario da diventare contrabbando.

Il liquore: rosso o bianco?

Il mirto rosso è quello tradizionale e più pregiato — ottenuto dalla macerazione delle bacche mature, dal colore intenso blu-violaceo. È quello che la maggior parte delle famiglie sarde produce in casa, quello che si trova sulle tavole dopo i pasti importanti.

Il mirto bianco si ottiene invece dalla macerazione di bacche non ancora pigmentate o dalle foglie dei giovani germogli — un liquore con caratteristiche molto diverse, più erbaceo e meno dolce.

La differenza è visiva e immediata: il rosso ha un colore rubino quasi opaco, denso e avvolgente; il bianco è ambrato, più chiaro, più delicato.

Come si produce: la raccolta e la macerazione

La piena maturazione delle bacche viene raggiunta verso fine novembre. Da quel momento, fino a febbraio, si procede alla raccolta — tutto a mano, con appositi pettini che staccano le bacche senza danneggiare la pianta.

Il disciplinare di produzione del Mirto di Sardegna IG stabilisce criteri rigorosi: bacche raccolte e trasformate esclusivamente nel territorio sardo, gradazione alcolica tra 28 e 36% vol, niente conservanti, aromatizzanti o coloranti.

Le bacche vengono lavate, lasciate appassire, poi immerse in alcol etilico per almeno 15 giorni — spesso molto di più nelle versioni artigianali. Al termine si filtra, si addolcisce con zucchero o miele. Il risultato è un liquore dal colore rubino intenso, dal profumo che ricorda esattamente il momento in cui si cammina tra la macchia a novembre.

Il mirto in cucina: non solo liquore

Il mirto non è solo digestivo. La cucina sarda lo usa come condimento per aromatizzare le carni, specialmente la selvaggina. Il porceddu cotto a carraxiu — nella buca con le pietre roventi — viene avvolto in rami di mirto e corbezzolo: è proprio questo aromatizzare lentissimo a dare alla carne quella complessità che non si trova altrove. Il mirto entra anche nella pasticceria, nell’acqua degli angeli, in alcuni mieli.

Mirto e vino: vicini di vigna

Attorno ai nostri filari di Villasimius, il mirto cresce libero — non lo coltiviamo, non lo gestiamo, non lo tocchiamo. È lì, parte del paesaggio, parte dell’ecosistema che circonda i nostri vigneti.

Quel profumo di macchia mediterranea che si sente nei nostri vini — nel Vermentino, nel Cannonau, negli orange wine — viene anche da qui. Dalle piante che crescono intorno. Dal vento che porta con sé gli aromi della macchia quando attraversa i filari.

Non è poesia: è chimica. I profumi terpenici del mirto appartengono alla stessa famiglia di composti che si trovano nei vini prodotti in climi mediterranei. Il territorio non è solo il suolo sotto le radici. È anche tutto quello che cresce intorno.

Quando apri una bottiglia di Colline del Vento e senti quella nota erbacea e balsamica, stai sentendo anche il mirto. Stai sentendo Villasimius.

Salude e trigu.

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